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Il prezzo occulto del cibo a basso costo

L’uomo allunga sul tavolo la busta paga. Sul modulo Inail sono indicate cinque giornate di lavoro per un compenso totale di 229 euro. “Questo mese è andata così”, dice sconsolato, “il resto me l’hanno dato in nero”. Su un altro foglio c’è una tabella: accanto alla data, un elenco di cifre moltiplicate per due o tre centesimi di euro. “Sono i mazzetti. Il padrone mi paga a seconda di quanti ne faccio”. Parla di ravanelli, la cui raccolta è regolata da un prezzario preciso: due centesimi per ogni mazzo da dieci, tre se sono quindici.

braccianti

Siamo nell’Agro Pontino, in provincia di Latina. Il nostro interlocutore – chiamiamolo Singh – è uno dei circa diecimila braccianti indiani che lavorano nei campi di quest’area resa fertilissima dalla bonifica di mussoliniana memoria. Oggi, la zona tra Sabaudia, Terracina, Fondi e Sezze è uno dei distretti agricoli più produttivi del centro Italia: distese di coltivazioni in serra e in campo aperto, che finiscono sulle tavole italiane e anche all’estero, soprattutto nell’Europa del nord. Molti degli ortaggi che troviamo in bella mostra nei supermercati – le zucchine, le melanzane, i pomodori, oltre che frutti prelibati come i kiwi e le angurie – provengono da qui. E li raccolgono i lavoratori stranieri, soprattutto indiani, ma anche romeni, marocchini e tunisini.

Gli immigrati sono ormai un elemento imprescindibile dell’Agro Pontino, così come di tutto il comparto agricolo italiano: secondo uno studio del Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria (Crea), dal 1989 a oggi il numero di cittadini italiani impiegati in agricoltura è diminuito di due terzi, mentre quello degli stranieri è aumentato di quindici volte.

I prodotti che raccolgono sui campi finiscono nei mercati rionali, nei piccoli fruttivendoli di quartiere e sempre di più nei punti vendita della grande distribuzione organizzata (gdo). Costano poco, a volte pochissimo. Un mazzetto di ravanelli non arriva a un euro. Lo stesso vale per le zucchine o per l’anguria, pagata pochi centesimi al chilo.

Ma quello che paghiamo quando compriamo un prodotto non tiene conto di una serie di costi nascosti: perché gran parte del comparto si regge su lavoro grigio non denunciato e su sussidi di disoccupazione illeciti pagati dallo stato, cioè da tutti noi; e perché i braccianti stranieri che lavorano in Italia spesso figurano solo parzialmente negli elenchi dei lavoratori Inps, sostituiti da finti braccianti italiani che non hanno mai messo le mani nella terra eppure beneficiano di sussidi, assegni familiari e pensioni agricole.

Un vero e proprio sistema
Torniamo a Singh. A fine giornata i mazzetti di ravanelli sono contati e lui è pagato in base alla quantità raccolta. Eppure, sulla sua busta paga mensile non compariranno i mazzetti. Figurerà invece un numero di giornate lavorate. Singh è regolarmente assunto e non compare in nessuna statistica di lavoratori irregolari in agricoltura. Se un ispettore del lavoro irrompesse nell’azienda dove lavora non avrebbe nulla da ridire: ha un contratto, ha fatto la visita medica e indossa anche gli indumenti necessari per la raccolta.

Ma alla fine del mese percepisce molto meno di quello che gli spetterebbe di diritto: “Funziona così, non c’è molto da discutere”, dice.

Quello di Singh non è un caso isolato. Potremmo anzi dire che è la prassi nel settore agricolo. Mentre il lavoro nero – cioè il numero di braccianti che non hanno un contratto di assunzione – diminuisce sempre più, anche come risultato della legge 199 del 2016 (meglio nota come legge anticaporalato) che prevede pene severissime per lo sfruttamento lavorativo, il “lavoro grigio” si diffonde e diventa un vero e proprio sistema, mettendo al riparo il datore di lavoro e, se c’è, il caporale.

Per alcune colture – come il ravanello, l’anguria, il pomodoro da industria – vige il pagamento informale a cottimo: i lavoratori sono pagati a cassone, mazzetto, quintale, ma il loro salario è conteggiato a giornata. Per altre colture, effettivamente pagate a giornata, vige invece una sorta di “salario di piazza”, cioè una paga inferiore a quella prevista dal contratto, ma che è informalmente accettata dalle parti.

Il trucco
Come fanno i datori di lavoro a segnare meno giornate di quelle lavorate e sfuggire ai controlli? Il trucco è che in agricoltura le giornate non sono dichiarate all’Inps contestualmente a quando sono lavorate, ma a posteriori, con il modulo della dichiarazione di manodopera agricola, Dmag, compilato trimestralmente (da gennaio 2019 dovrà essere fatto mensilmente, ma sempre a posteriori).

In pratica, il lavoro che tu fai oggi, è dichiarato dopo tre mesi. Quindi, se in quel frangente di tempo arriva un controllo dell’ispettorato, l’imprenditore potrà mostrare il contratto di lavoro – che comunque segnala solo indicativamente quante sono le giornate di lavoro previste – e dimostrare che è tutto in regola. In teoria. In pratica l’imprenditore segna il numero di giornate che ritiene opportuno, in base al salario informale imposto o concordato con i braccianti. Oppure, nel caso del cottimo, in base alla quantità effettivamente raccolta.

Nelle grandi aziende agricole, gli uffici amministrativi fanno uso di varie tabelle di conversione che trasformano le ore lavorate o i cassoni/mazzetti/casse raccolti in giornate secondo il contratto provinciale. Sono queste le tabelle mostrate da Singh. A lui non sono tanto chiare quelle operazioni: l’unica cosa che sa è che ogni mazzo è pagato due o tre centesimi, e che a fine giornata se è stato veloce è riuscito a guadagnare una trentina di euro. Alla somma guadagnata per questo lavoro a cottimo, il bracciante aggiunge poi la disoccupazione agricola, corrisposta in un’unica soluzione l’anno successivo.

La disoccupazione, infatti, è il grimaldello che rende il meccanismo accettabile per tutti. Perché parte di quello che l’operaio agricolo non percepisce dal datore di lavoro lo ottiene l’anno dopo dallo stato. “Si tratta di un sistema diventato prassi comune, approvato dagli stessi lavoratori. Nessuno vuole essere assunto a tempo indeterminato, perché perderebbe l’accesso alla disoccupazione, che è un’importante integrazione del reddito”, confida un imprenditore della zona, che preferisce rimanere anonimo.

Poiché la disoccupazione agricola è erogata in base al numero di giornate lavorate ed è tanto più vantaggiosa quanto più ci si avvicina alle 180 giornate – superate le quali comincia invece a diminuire – tutti accettano e a volte richiedono esplicitamente di vedersi registrate un numero di giornate inferiore a quel numero. L’importo della somma è variabile, ma può raggiungere anche i quattromila euro all’anno.

“È un segreto di Pulcinella. Lo stato integra il salario del lavoratore e permette al datore di lavoro di risparmiare. Tutti sono contenti”, continua l’imprenditore.

La politica dei bassi prezzi non dà benefici a nessuno degli attori della filiera

Così a fine anno, il salario complessivo del bracciante è il risultato della somma di tre voci: quella delle giornate segnate in busta paga, la quota data in nero dal datore di lavoro e la disoccupazione agricola.

Basta analizzare le tabelle provinciali Inps sul numero di persone impiegate in agricoltura per trovare la plastica conferma che si tratta di un meccanismo diffuso: nella provincia di Latina gli operai agricoli assunti a tempo determinato nel 2017 erano 19.330, mentre quelli con contratti a tempo indeterminato erano 3.478.

Tra i primi, la quasi totalità ha un numero di giornate registrate inferiore a 180. Una circostanza apparentemente sorprendente in un territorio dove quella agricola non è un’attività stagionale, ma è svolta tutto l’anno, con una pausa di massimo un mese nel periodo estivo più caldo.

L’imprenditore che preferisce non rivelare il proprio nome ammette che il sistema è disfunzionale. Ma aggiunge: “Io sarei ben felice di pagare i salari previsti dai contratti provinciali, ma se lo facessi chiuderei il giorno dopo, perché non riuscirei a starci dentro con i costi. I contratti non tengono conto di quanto pagano il prodotto gli acquirenti, in particolare la grande distribuzione organizzata”.

Le responsabilità della grande distribuzione
Le insegne dei supermercati, diventate negli ultimi anni il principale canale di vendita, tendono a pagare sempre meno i prodotti agricoli, generando disfunzioni lungo tutta la filiera. “La discussione sul lavoro in agricoltura e sui bassi salari non è mai inserita in un’ottica più ampia che analizza le cause di questi deplorevoli fenomeni. Si parla tanto di caporalato, di sfruttamento ma raramente si analizza la scarsa valorizzazione del prodotto ortofrutticolo che penalizza la parte agricola”, sottolinea Gennaro Velardo, presidente di Italia Ortofrutta, unione di produttori agricoli molto impegnata nella valorizzazione delle produzioni.

“La politica dei bassi prezzi non dà benefici a nessuno degli attori della filiera. Anzi, sta erodendo il valore dell’ortofrutta agli occhi del consumatore. I produttori che gestiscono una merce altamente deperibile sostenendone tutti i costi certi della produzione sono la parte debole della filiera, hanno difficoltà a fare reddito e a coprire i costi di produzione, dati di fatto questi che determinano una iniqua distribuzione del valore lungo la filiera”, aggiunge Velardo.

Gli operatori agricoli, schiacciati dalle imposizioni della grande distribuzione organizzata, tendono a rifarsi sugli anelli più deboli della filiera, in particolare sui braccianti. Risparmiano sul lavoro – e addossano parte dei costi di manodopera sullo stato, che non percepisce parte dei contributi e paga disoccupazioni non dovute. In una specie di gigantesca partita di giro, il cibo venduto ai consumatori ha un prezzo basso, ma è di fatto sovvenzionato da loro stessi attraverso sussidi non dovuti.

Nella piana del Sele
Questo sistema è talmente diffuso e strutturato che colpisce anche distretti agricoli a più alta redditività, come quello della piana del Sele, in provincia di Salerno. Con i suoi settemila ettari di serre sparsi tra Eboli, Battipaglia e Pontecagnano, questa zona è diventata il principale polo produttivo della “quarta gamma”, l’insalata in busta pronta al consumo e sempre più diffusa nei supermercati.

Il prodotto non è venduto a prezzi bassi: le busta di lattuga o di rucola da cento grammi costa almeno un euro, cioè l’equivalente di dieci euro al chilo. Grazie alla valorizzazione del prodotto, le realtà agricole della zona, hanno fatturati importanti. Alcune hanno creato impianti di lavaggio e imbustaggio dei prodotti raccolti. Altre li vendono a grandi gruppi del nord o all’estero.

Eppure, l’organizzazione del lavoro segue le stesse dinamiche dell’Agro Pontino. I lavoratori – anche qui prevalentemente indiani e marocchini – sono assunti a tempo determinato e hanno buste paga in cui è registrato un numero di giornate inferiore a quelle lavorate. Il resto è pagato in parte al nero, in parte attraverso la disoccupazione agricola, che compensa anche in questo caso il mancato guadagno.

“Il lavoro grigio è diffuso nell’intero settore produttivo. Aziende di diverse dimensioni e tutti gli stranieri occupati nel settore ne sono interessati: la consuetudine del lavoro grigio è la caratteristica strutturale di ampia parte dell’agricoltura italiana”, sottolinea Gennaro Avallone, ricercatore all’università di Salerno e autore del libro Sfruttamento e resistenze: migrazioni e agricoltura in Europa, Italia, Piana del Sele. “Il lavoro grigio consente di aumentare i profitti, ma anche di tenere costantemente il bracciante in una situazione di ricatto, perché soggetto al rinnovo del contratto necessario per rinnovare anche il permesso di soggiorno”.

In una casupola vicino a Pontecagnano dove vive insieme a quattro suoi connazionali, un bracciante indiano mostra le sue buste paga. Sono identiche a quelle del connazionale che vive e lavora nell’Agro Pontino, salvo che qui non sono indicate le tabelle di conversione. Sventola quella di settembre: sono segnati 12 giorni. “Ma io ho lavorato tutto il mese!”.

Keetan, il nome è di fantasia, sottolinea che una parte gli viene data in contanti – cioè in nero – e che poi ogni anno ottiene la disoccupazione agricola. “Ma con questo reddito non raggiungo la cifra necessaria per attivare il ricongiungimento familiare e far venire qui mia moglie e i miei figli”.

Gli imprenditori della zona interpellati in proposito ammettono tutti – anche se in forma rigorosamente anonima – l’esistenza del lavoro grigio. Alcuni minimizzano, altri sostengono che volentieri farebbero le assunzioni a tempo indeterminato, ma che nessuno dei lavoratori accetterebbe. “Bisognerebbe abolire la disoccupazione agricola per mettere ordine nel sistema!”, dice provocatoriamente uno di loro.

Cambiare il sistema
Alla sede centrale dell’Inps hanno ben chiare le dimensioni del fenomeno. “In vaste aree del paese, l’agricoltura è soggetta a un forte grado di opacità nell’erogazione dei sostegni pubblici”, dice il presidente Tito Boeri, mostrando una serie di tabelle e di documenti che già nel 2015 aveva portato all’attenzione delle commissioni riunite lavoro e agricoltura della camera dei deputati.

“Bisognerebbe cambiare il sistema di registrazione delle giornate e il modo in cui è conteggiata ed erogata la disoccupazione agricola, adeguandola a quella di altri comparti, per i quali vige la nuova assicurazione sociale per l’impiego (un sussidio di disoccupazione pagato su base mensile, ndr)”, continua Boeri.

Oggi la disoccupazione agricola è corrisposta in un’unica soluzione l’anno successivo a quello in cui si è lavorato ed è versata anche se in quel momento si sta lavorando. Si tratta quindi non tanto di un sussidio – giustamente previsto per compensare le stagioni in cui in cui in agricoltura non si lavora – ma di una vera e propria integrazione del reddito.

I finti braccianti
Al danno erariale causato dalle disoccupazioni non dovute e dalla mancata denuncia delle giornate lavorate si aggiunge poi la beffa dei finti braccianti, operai agricoli che non lavorano sulla terra ma percepiscono sussidi e assegni familiari. “I due temi si intrecciano. In alcune aree del paese c’è una coesistenza di lavoro svolto ma non dichiarato e di lavoro fittizio, mai svolto ma dichiarato per beneficiare di sussidi”, sostiene Boeri.

Nelle provincia di Foggia l’esistenza dei finti braccianti non è un segreto per nessuno. “Io vorrei assumere italiani, ma non li riesco a trovare. Eppure, nelle liste Inps ce ne sono migliaia”, si indigna Raffaele Ferrara, presidente dell’organizzazione dei produttori La Palma, che coltiva duecento ettari a pomodoro nella zona di Lesina. “Quello dei finti braccianti è uno scandalo che grida vendetta. Ma nessuno fa nulla”. Nei campi di pomodoro – e in quelli di asparagi, finocchi, carciofi – si vedono solo stranieri.

Eppure nella provincia di Foggia su 49.868 braccianti agricoli registrati nel 2017 il 58 per cento (29.143) è di nazionalità italiana, percentuale che raggiunge il 74 per cento se si considerano solo i braccianti che hanno avuto segnate più di 51 giornate, ossia il numero minimo per accedere agli ammortizzatori sociali. Dove sono tutti questi operai agricoli? “A casa a grattarsi la pancia”, scherza Ferrara.

Ma come funziona il sistema dei finti braccianti? In un contesto completamente deregolamentato – in cui gli stranieri spesso lavorano a cottimo e senza che gli siano registrate tutte le giornate di lavoro nei campi – c’è un vero e proprio scambio di giorni lavorati tra veri e falsi operai agricoli. Insomma le aziende non segnano le giornate ai braccianti stranieri che effettivamente lavorano nei campi, ma le attribuiscono a persone di nazionalità italiana che non hanno mai toccato la terra, e che in cambio danno i soldi alle aziende per pagare i loro contributi previdenziali, più altro denaro per il “favore”.

Senza mai lavorare queste persone ottengono la disoccupazione, gli assegni familiari e, raggiunta l’età, anche la pensione agricola. Non sono cifre da poco: solo negli ultimi tre anni, l’Inps ha scovato più di 90mila operai agricoli fittizi, per un danno all’erario di centinaia di milioni di euro.

Tra falsi braccianti che ottengono benefici di cui non avrebbero diritto, braccianti reali che sono pagati meno di quanto gli spetterebbe e che a loro volta integrano il reddito con sussidi che non dovrebbero avere, a perdere sono l’agricoltura e il sistema agricolo in Italia nel suo complesso. Perché un settore che vive di lavoro sfruttato e di sussidi indiretti sarà destinato ad avere sempre una posizione subalterna nei confronti degli altri attori della filiera, dalle industrie di trasformazione alla grande distribuzione organizzata, fino ad arrivare ai consumatori, cioè tutti noi, che compriamo cibo a basso costo senza sapere quello che c’è dietro il nostro apparente risparmio.

Fonte qui

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Mani In PASTA

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Anche quest’anno GasAPPunto visto il successo dell’anno scorso ripropone l’evento Mani in Pasta!!

Sei appassionato di cucina ma nessuno ti ha mai spiegato come fare?

Avresti sempre voluto imparare dalla nonna come si faceva la pasta ma non si è presentata mai l’occasione giusta?

Tranquillo ci siamo noi!!

Insieme impareremo i trucchi per fare una pasta ”come la faceva la nonna” rigorosamente impastata e tirata a mano!!

In più useremo solo materie prime dei nostri produttori certificati BIO!!

Per chi poi volesse continuare la serata in nostra compagnia ceneremo tutti insieme con dei piatti BIO fatti con amore da noi!

Affrettati i posti finiscono in fretta!!

 

Di seguito il link all’evento Facebook:

https://www.facebook.com/events/493886174427070/

 


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ARANCE DALLO ZIMBABWE IN VENDITA A CATANIA

“Sotto casa a Catania, all’interno di un punto vendita di una importante catena della GDO, ho trovato in vendita arance Valencia provenienti dallo Zimbabwe, al prezzo di 1,79 euro al chilo. C’è sicuramente da riflettere. Quel che è certo è che dobbiamo rafforzare la filiera siciliana per valorizzare meglio le nostre le produzioni”. A dichiararlo è Federica Argentati, presidente del Distretto Agrumi di Sicilia, che sul proprio profilo facebook ha segnalato la presenze degli agrumi africani in un punto vendita della città siciliana.

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“Che lo Zimbabwe venga a vendere le arance a Catania fa sorridere – continua in una nota Argentati – ma rappresenta anche un monito e uno stimolo per tutta la filiera agrumicola siciliana e italiana. Un richiamo a fare rete e sistema perché nel mondo non siamo i soli a produrre agrumi e dobbiamo crescere, migliorare, organizzarci meglio. Purtroppo la GDO fa il suo mestiere e mette sullo scaffale i prodotti di cui riesce ad approvvigionarsi con facilità e a prezzi per lei convenienti. Difficile contrastare il mercato invocando dazi e barriere, anche se sicuramente è necessario trattare condizioni di reciprocità e controlli fitosanitari stringenti sui prodotti che entrano in Italia. Quello che deve fare la filiera agrumicola siciliana, che sicuramente produce agrumi di alta qualità e super controllati, è puntare ai consumatori”, sottolinea la presidente del Distretto Agrumi di Sicilia. “Le nostre arance, in primis quelle rosse, sono uniche: dobbiamo dimostrarlo e comunicarlo in Italia e all’estero. Per questo – aggiunge – non ci stanchiamo mai di ripetere, serve un Piano di settore nazionale che punti alla valorizzazione della nostra agrumicoltura, con le misure che da tempo indichiamo, dalla fase di produzione a quella di trasformazione: monitoraggio delle produzioni, supporto alla riconversione degli agrumeti colpiti dal Tristeza Virus, controlli fitosanitari sui prodotti di importazione, capacità di aggregazione, valorizzazione commerciale, campagne di comunicazione e di educazione alimentare, indicazione di provenienza sulle etichette dei prodotti trasformati, diffusione del consumo dei prodotti freschi e trasformati dal fresco nelle scuole e negli ospedali. E in merito all’export anche di lunga distanza, Alibaba ci ha chiesto quantitativi di arance per il mercato cinese, ma ancora siamo in attesa di conferme rispetto alla possibilità di inviarle anche via aerea. Arance, limoni e mandarini siciliani sono il top della qualità, come dimostrano i marchi di garanzia Dop e Igp e le crescenti produzioni biologiche. Un patrimonio che dobbiamo riuscire a “vendere” sul mercato puntando sulla qualità”. Sulla notizia postata sul profilo facebook di Federica Argentati non sono mancati i commenti, compreso quello di Giuseppe Guagliardi del Maas di Catania che scrive: “ A me fa riflettere il prezzo… dallo Zimbawe a solo 1,79. Questo significa materia prima, packaging, trasporto in container, importatore, piattaforma gdo e punto vendita”.

Fonte qui


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I lavoratori denunciano paghe da fame e violazioni del diritto del lavoro nella catena di fornitura di H&M

I risultati di una ricerca, raccolti nel report “H&M: Le promesse non bastano, I salari restano di povertà”, rivelano come molti lavoratori e lavoratrici che producono abiti per H&M vivano sotto la soglia di povertà, nonostante le promesse dell’azienda di pagare un salario dignitoso entro il 2018 e le recenti ingannevoli dichiarazioni sui progressi raggiunti. I lavoratori intervistati guadagnano in India e Turchia un terzo e in Cambogia meno della metà della soglia stimata di salario dignitoso. In Bulgaria, lo stipendio dei lavoratori intervistati presso un “fornitore d’oro” di H&M non arriva nemmeno al  10% di quello che necessiterebbero per avere vite dignitose.

 

Uno dei più grandi rivenditori al mondo, con profitti per 2,6 miliardi di dollari, ha una catena di fornitura con lavoratori costretti a ore eccessive di lavoro per pura sopravvivenza.

 

Straordinari per sopravvivere

I salari sono così bassi che dobbiamo fare gli straordinari per coprire i nostri bisogni primari” ha raccontato un lavoratore di un “fornitore d’oro” di H&M in India.

Le ore di straordinari in tre delle sei fabbriche coinvolte nell’inchiesta spesso superano il limite massimo legale e lavorare di domenica è frequente in tutti e quattro i paesi in cui si è svolta la ricerca: Bulgaria, Turchia, Cambogia e India. In Bulgaria addirittura i lavoratori hanno raccontato di dover effettuare gli straordinari solo per raggiungere il salario minimo legale.

Entri in fabbrica alle 8 di mattina, ma non sai mai quando ne uscirai. A volte torniamo a casa alle 4 del mattino seguente” ha rivelato un lavoratore della Koush Moda, “fornitore d’oro” di H&M in Bulgaria.

 

Svenimenti sul posto di lavoro

Scarsi salari, straordinari eccessivi e l’onere aggiuntivo del lavoro domestico portano a malnutrizione, stanchezza e svenimenti sul posto di lavoro.

Un terzo delle donne intervistate in India e due terzi in Cambogia – che lavorano nelle fabbriche classificate da H&M come “fornitori di platino” – sono svenute sul posto di lavoro. Una lavoratrice in India ha raccontato di essere stata accompagnata dai suoi compagni in ospedale per un’emorragia interna dopo che aveva colpito una macchina durante uno svenimento.

Le lavoratrici bulgare parlano degli svenimenti come di eventi quotidiani. Inoltre, una lavoratrice ha denunciato il licenziamento di una compagna dopo uno svenimento.

 

Il contesto della ricerca

Le interviste ai lavoratori e alle lavoratrici e la fase di analisi sono state condotte tra marzo e giugno 2018 durante la campagna “Turn Around, H&M” coordinata dalla Clean Clothes Campaign e sostenuta dall’International Labor Rights Forum e da WeMove.EU.

La campagna è stata lanciata nel maggio 2018 quando è diventato evidente che H&M non avrebbe mantenuto l’impegno di “adottare modelli retributivi tali da garantire entro il 2018 la corresponsione di salari dignitosi, un provvedimento che avrebbe interessato a quella data 850.000 lavoratori dell’abbigliamento”. Al tempo dell’annuncio le maestranze interessate fabbricavano il 60% dei prodotti del marchio, alle dipendenze di “fornitori strategici e selezionati” che l’azienda classifica come “gold” o “platinum”. Proprio tra queste sono state scelte le fabbriche in cui realizzare l’inchiesta.

 

Non ci si può fidare delle parole di H&M

Sapevamo che H&M non avrebbe mantenuto il suo impegno, ma ciò che abbiamo trovato a livello di salari e di condizioni di lavoro nelle fabbriche della sua catena di fornitura è davvero scioccante. H&M deve intervenire immediatamente per porre fine allo scandalo dei salari da fame e delle violazioni dei diritti dei lavoratori” ha dichiarato Bettina Musiolek della Clean Clothes Campaign, che ha coordinato la ricerca.

“La scorsa settimana H&M ha rilasciato una dichiarazione altisonante, un chiaro tentativo di neutralizzare l’impatto dei risultati che pubblichiamo oggi e che, naturalmente, abbiamo inviato in anticipo all’azienda. Di fatto H&M sta cercando di rimuovere dalla memoria collettiva quegli 850.000 lavoratori cui doveva garantire un salario dignitoso entro il 2018. Ma noi abbiamo la memoria lunga e non lasceremo che ciò accada” ha dichiarato Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti, sezione italiana della Clean Clothes Campaign.

È ormai del tutto evidente che non ci si può fidare delle parole di H&M. Invece di vuote chiacchiere da pubbliche relazioni, vogliamo vedere cambiamenti reali e trasparenti nelle paghe dei lavoratori. Come abbiamo già scritto ai vertici della società, devono pubblicare una road map con obiettivi di aumento salariale misurabili e a breve termine, dettagliando in che modo l’azienda intenda cambiare le sue pratiche di acquisto per essere sicura che i lavoratori ottengano un salario dignitoso” ha dichiarato Judy Gearhart, direttore esecutivo di ILRF.

 

I consumatori chiedono di agire

H&M non può continuare a fingere che le cose stiano migliorando quando i lavoratori sono costretti a fare gli straordinari e ancora vivono in povertà. Questa ricerca mobiliterà migliaia di cittadini preoccupati e consumatori critici che hanno a cuore il rispetto dei diritti umani e il consumo e la produzione sostenibile” ha dichiarato Virginia Lopez di WeMove.EU.

All’interno della campagna “Turn Around, H&M! esiste una petizione per chiedere salari dignitosi e condizioni di lavoro giuste in tutta la catena di fornitura di H&M. Le firme raccolte hanno già superato quota 100mila.

Il rapporto completo è disponibile qui

Fonte qui


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Albania: no ai pesticidi, contro i parassiti si usa l’energia solare

Nel distretto di Lushnjë, in Albania, è stato sperimentato un metodo ecologico ed economico per controllare i parassiti grazie all’energia solare.

Per anni il fiore all’occhiello dell’agricoltura in Albania è stato rappresentato dalla prefettura di Fier, l’area agricola più produttiva del Paese che appena dieci anni fa soddisfaceva circa il 60 per cento del fabbisogno nazionale. A questo modello tradizionale di agricoltura, fatto perlopiù di monocolture intensive, si contrappone quello adottato dal distretto di Lushnjë, situato nella pianura costiera, in cui si sta sviluppando con decisione l’agricoltura biologica, grazie anche alla crescente domanda di prodotti bio.

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Sole contro i parassiti

L’agricoltura biologica, per definirsi tale, non può fare uso di pesticidi di sintesi per proteggere le colture da infestanti e parassiti, ma utilizza preparati di origine naturale non pericolosi per l’uomo e per l’ambiente o altre tecniche di controllo biologico. Nel distretto di Lushnjë è stato adottato un metodo innovativo per proteggere le colture che prevede l’utilizzo dell’energia solare.

Per un’Albania più resiliente

Il progetto è stato sviluppato nel 2015 dal MedAlb Institut, l’istituto albanese delle piante medicinali, organizzazione senza scopo di lucro fondata nel 2012 per gestire in maniera sostenibile le risorse naturali nazionali e proteggere la biodiversità. L’obiettivo del progetto di controllo biologico tramite pannelli fotovoltaici è sostenere lo sviluppo dell’agricoltura biologica e mitigare gli impatti dei cambiamenti climatici in Albania.

Come funziona il “pesticida solare”

I ricercatori del MedAlb Institut, guidati dal presidente Luan Ahmetaj, hanno creato uno strumento efficiente e dai costi ridotti per combattere i parassiti e gli insetti nocivi per le colture. In cima sono stati posti due piccoli pannelli fotovoltaici, sotto i quali si trova un contenitore che deve essere riempito di acqua. L’energia solare viene immagazzinata nelle celle di memoria e, quando cala il sole, consente l’accensione di una lampada che si trova a circa 30 centimetri dalla superficie dell’acqua ed emette una speciale lunghezza d’onda che attrae gli insetti, i quali muoiono imprigionati nel contenitore con l’acqua. Lo strumento, secondo quanto riportato dall’istituto, non solo uccide i parassiti ma protegge i loro predatori naturali, mantenendo l’equilibrio della catena biologica.

Il riscatto delle comunità rurali

Attraverso la diffusione di questo strumento, economico e dalla durata di 7-8 anni, il MedAlb Institut mira a incentivare le comunità locali ad intraprendere una produzione agricola biologica, migliorando così la qualità della produzione agricola, aumentando la sicurezza alimentare nazionale nel rispetto dell’ambiente e migliorando la situazione sociale, economica e ambientale delle comunità rurali. A beneficiare del progetto, oltre che produttori e consumatori, saranno la biodiversità locale, il suolo e le falde acquifere.

Un modello replicabile

Il “pesticida solare” è particolarmente efficace in Albania, Paese mediterraneo che gode di trecento giorni di sole all’anno ma può essere replicato in altri paesi sufficientemente soleggiati e si è dimostrato efficace per la protezione di diversi tipi di colture e alberi. Nel 2015 il MedAlb Institut ha iniziato a distribuire le attrezzature ad alcuni agricoltori biologici e ha organizzato due corsi di formazione tenuti da agricoltori, esperti di agricoltura e ambiente, rappresentanti di istituzioni agricole e dell’università di Tirana per spiegare benefici e finalità del progetto. L’agricoltura biologica continua dunque la sua ascesa, nel rispetto dei cicli di vita naturali, grazie ad un “nuovo” alleato: il sole.

Fonte qui


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È più facile non mangiare uova che trovarne senza maltrattamenti. La nuova indagine di Essere Animali

Allevate in gabbia non hanno nemmeno lo spazio per aprire le ali, allevate a terra devono dividersi un metro quadro in 9. La nuova indagine di Essere Animali mostra le condizioni delle galline ovaiole in Italia.

Ce le immaginiamo libere mentre razzolano intente a beccare il mangime, ma la realtà è ben diversa. A svelarlo è la nuova indagine di Essere Animali realizzata nei maggiori allevamenti italiani di galline. Vere e proprie fabbriche di uova che hanno un solo imperativo: produrre di più. Il consumatore può scegliere il metodo di allevamento, ma molti aspetti del settore, come gli incubatoi, sono nascosti.

Metti 13 galline su una scrivania

In Italia 34 milioni di galline, il 92 per cento di quelle allevate, vive in capannoni sovraffollati, senza mai vedere l’erba o la luce del sole. Le dimensioni consentite dalla legge sono allucinanti: nell’allevamento in gabbia non hanno a disposizione nemmeno lo spazio per aprire le ali. Come mettere 13 galline su una scrivania e costringerle a vivere lì. Negli allevamenti a terra invece non ci sono gabbie ma nove animali per metro quadrato. In queste condizioni lo stress è tale che si deve procedere al debeccaggio, ovvero la mutilazione della parte terminale del becco, per limitare le ferite dovute alle aggressioni.

galline

Le immagini mostrano galline spennate, anemiche, con infezioni alle zampe e problemi alle unghie. Alcune sono così apatiche che stentano a muoversi. Altre non si muovono più perché non riescono a sopravvivere un anno e otto mesi in queste condizioni. Trascorso questo tempo sono inviate tutte al macello, giovanissime ma già stremate dalla iper produzione di uova, resa possibile da selezione genetica, mangimi altamente proteici e cicli di luce artificiale.

Il tipo di allevamento sull’etichetta delle uova

Allevamenti e macelli non sono gli unici segreti dietro la produzione di uova. Le galline nascono negli incubatoi e appena nate sono separate dai pulcini maschi, che a differenza loro non le producono. Il trattamento riservato a questi ultimi dice molto su come l’industria consideri gli animali. Milioni di pulcini maschi sono tritati vivi perché ritenuti inutili, niente più che un rifiuto.

Il consumatore può scegliere il metodo di allevamento tramite un codice stampato sulle uova, che identifica con il numero 3 l’allevamento in gabbia e con il numero 2 l’allevamento a terra, ma sofferenza, mutilazioni e uccisione di pulcini fanno parte della produzione industriale di uova. Anche i pochissimi allevamenti all’aperto (codice 1) e biologici (codice 0), pur destinando alle galline uno spazio esterno, non sfuggono a pratiche crudeli. Non è una provocazione: è più facile evitare di mangiarlo che trovare in vendita un uovo per cui non sia stato maltrattato o ucciso nessun animale.

Cambiare è possibile

Nel 2017 gli allevamenti italiani hanno prodotto oltre 10 miliardi di uova, tante quante quelle consumate, sia intere che come ovoprodotto, ovvero ingrediente in preparazioni pronte. Evitandone il consumo si ha la certezza di estraniarsi da questo sistema, d’altronde adottare un’alimentazione vegetale è più semplice di quanto si creda.

Si può procedere anche per step: iniziare a ridurre il consumo di uova, oppure fornirsi se possibile dal contadino di fiducia o ancora rinunciare ad acquistarle, ma concedersi qualche strappo la sera a cena con amici. Sono abitudini quotidiane che non stravolgono le nostre vite, ma che possono fare la differenza per gli animali. L’apatia lasciamola alle galline allevate, loro non hanno scelta, noi sì.

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