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Perché scegliere cibo biologico? Conviene davvero? Ecco i pro e i contro

Che cos’è il cibo biologico? Quali sono gli svantaggi e i vantaggi degli alimenti biologici? Scopriamolo insieme!

Il cibo biologico è sempre più popolare fra gli italiani, tanto che, se fino a pochi anni fa la sua vendita era confinata in piccoli negozi di settore, adesso la richiesta è talmente aumentata che anche quasi tutti i grandi supermercati hanno un reparto bio ben fornito. Questa è sicuramente una bella notizia, prova della grande sensibilità dei consumatori, sempre più attenti a quello che mettono nel piatto e a come è stato prodotto.

Il successo è stato confermato dalle statistiche Eurostat sull’agricoltura biologica, che hanno riscontrato una consistente crescita del bio in tutto il continente, dove, nonostante la crisi dell’agricoltura tradizionale, il biologico galoppa con un aumento considerevole delle terre dedicate e il moltiplicarsi di addetti che lavorano nel settore.

Che cosa significa cibo biologico?

Il cibo biologico proviene da agricoltura biologica, un sistema di coltivazione rispettoso dell’ambiente e della salute.

 

“L’agricoltura biologica è un sistema di produzione agricola definito e disciplinato a livello comunitario dai regolamenti CE n. 834/2007 e CE n. 889/2008. Non utilizza prodotti chimici di sintesi (fertilizzanti, diserbanti, insetticidi, anticrittogamici) per la concimazione dei terreni, per la lotta alle piante infestanti, ai parassiti animali e alle malattie delle piante; inoltre vieta l’uso di organismi geneticamente modificati (OGM). Ricorre a pratiche tradizionali, essenzialmente preventive, selezionando specie locali resistenti alle malattie e intervenendo con tecniche di coltivazione adeguate.” Federbio

Il cibo biologico è dunque prodotto senza l’uso di prodotti chimici dannosi per la salute, ma solo con l’aiuto di sostanze di origine naturale, il cui utilizzo è disciplinato da regole severe, per fertilizzare il terreno o difendere le piante da malattie o parassiti.

 

“La produzione biologica è un sistema globale di gestione dell’azienda agricola e di produzione agroalimentare basato sull’interazione tra le migliori pratiche ambientali, un alto livello di biodiversità, la salvaguardia delle risorse naturali, l’applicazione di criteri rigorosi in materia di benessere degli animali e una produzione confacente alle preferenze di taluni consumatori per prodotti ottenuti con sostanze e procedimenti naturali. Il metodo di produzione biologico esplica pertanto una duplice funzione sociale, provvedendo da un lato a un mercato specifico che risponde alla domanda di prodotti biologici dei consumatori e, dall’altro, fornendo beni pubblici che contribuiscono alla tutela dell’ambiente, al benessere degli animali e allo sviluppo rurale.”  Gazzetta Ufficiale Unione Europea – REGOLAMENTO (CE) N. 834/2007 DEL CONSIGLIO del 28 giugno 2007

 

Quando possiamo essere sicuri che un alimento è davvero biologico?

Un alimento, per essere definito biologico, deve avere almeno il 95% degli ingredienti che lo compongono provenienti da agricoltura biologica ed essere conforme alla severa regolamentazione europea. In ogni Paese europeo vi sono enti preposti al controllo e alla certificazione bio, riconosciuti dal Ministero delle Politiche Agricole.

Gli alimenti bio preconfezionati devono riportare sul packaging il logo del biologico UE, ovvero l'”eurofoglia verde”. L’etichetta deve inoltre riportare il codice identificativo dell’ente certificatore e quello del produttore che è stato soggetto al controllo. La presenza di questo marchio è garanzia per i consumatori di avere di fronte un alimento biologico.
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Il biologico è davvero migliore? Non è una truffa?

In Italia siamo purtroppo abituati alle truffe, lo siamo talmente tanto che consideriamo quasi normale che chiunque tenti di imbrogliarci, questo ovviamente a discapito di chi le cose le vuole far bene davvero. Questo tipo di sentimento coinvolge anche la percezione che molti consumatori italiani hanno del settore biologico: sono convinti che sia solo una moda per vendere a un prezzo più alto cibo di qualità media e per nulla migliore di quello prodotto con metodi convenzionali.

Se andiamo ad approfondire però, questa percezione non corrisponde alla realtà, diversi studi scientifici effettuati su prodotti biologici infatti dimostrano le loro eccezionali qualità e quindi l’affidabilità del settore dell’agricoltura biologica in Italia, formato da moltissime aziende che lavorano con passione e onestà.

La stessa Legambiente ha presentato il dossier “Stop Pesticidi” 2019, nel quale ha pubblicato i risultati di analisi effettuate da laboratori accreditati su migliaia di campioni di alimenti di origine vegetale e animale di provenienza sia italiana che estera. Secondo questo report, il 61% dei campioni analizzati risulta regolare e privo di residui di fitosanitari, quindi un buon risultato, ma Legambiente dichiara invece preoccupante il fatto che il 34% di alimenti, pur essendo a norma di legge, presenti uno o più residui di pesticidi. Questo evidenzia il problema più serio resta quello del multiresiduo, che non viola le norme comunitarie le quali regolano purtroppo solo i limiti di ogni singola sostanza chimica senza prendere in considerazione gli effetti nocivi o sinergici che può avere la combinazione di diversi agenti fra loro. I prodotti esteri sono risultati più contaminati di quelli italiani, il primato negativo è stato raggiunto da un peperone cinese con residui di ben 25 sostanze diverse!

Questa analisi ha preso in considerazione anche prodotti biologici: i 134 campioni sottoposti ad esame sono risultati privi di residui, ad eccezione di un solo campione di pere.

 L’ottimo risultato è ottenuto anche grazie all’applicazione di ampie rotazioni colturali e pratiche agronomiche preventive, che contribuiscono a contrastare lo sviluppo di malattie e a potenziare la lotta biologica tramite insetti utili nel campo coltivato.

Una ricerca pubblicata sul British Journal of Nutrition che ha preso in esame ben 343 studi ha confermato che gli alimenti biologici hanno proprietà nutrizionali superiori  a quelli non biologici, come ad esempio i polifenoli, antiossidanti associati a un minore rischio di patologie croniche. I prodotti convenzionali avevano più alti livelli del metallo tossico Cadmio, e ovviamente, quattro volte la quantità di pesticidi, rispetto agli alimenti biologici. Secondo gli studiosi “vi sono prove che concentrazioni di antiossidanti più elevate e più basse di cadmio siano legate a pratiche agronomiche specifiche richieste in agricoltura biologica.”

Questo dimostra la grande serietà del settore che, se non in rarissimi casi che vanno assolutamente sanzionati, ci fornisce un prodotto salubre e sicuro.

 

bio

Perché acquistare cibi biologici? Quali sono i vantaggi?

 

1. L’agricoltura biologica è efficiente e sostenibile

I detrattori del biologico sostengono che in futuro a causa del riscaldamento globale e di un considerevole aumento della popolazione, avremo difficoltà a produrre cibo a sufficienza per tutti. L’agricoltura biologica secondo loro non potrà essere la soluzione alla carenza di cibo perché la resa dei terreni bio è del 50%- 70% inferiore a quella dei terreni coltivati con colture convenzionali o OGM. Secondo la ricerca condotta dal Gruppo di Docenti per la Libertà per la Scienza questo però non corrisponde a verità: i terreni coltivati biologicamente sono invece molto più produttivi di rispetto a quanto affermato dai detrattori. Uno studio pubblicato su Nature afferma che la resa sarebbe inferiore solo dell’8-25%.

Se a questo aggiungiamo che uno dei problemi più vergognosi delle nostre società occidentali e ipernutrite è proprio lo spreco delle risorse alimentari, che ogni anno costa solo a noi italiani ben 15 miliardi di euro, possiamo comprendere che la scarsità di cibo è in realtà un falso problema. Ogni italiano infatti butta nel bidone in media circa 32 kg di cibo all’anno!

I sostenitori dell’agricoltura convenzionale non prendono inoltre in considerazione il lungo periodo, nel quale i terreni sfruttati al massimo e inquinati da pesticidi, impoveriti finirebbero per produrre comunque sempre meno.

Insomma, mangiamo meno, sprechiamo meno e scegliamo cibo di qualità!

 

 fragole

 

2. Il cibo biologico rispetta la natura

L’agricoltura biologica ha come fine il rispetto dell’ambiente e della natura perché non impiega prodotti di sintesi i quali non si limitano a rimanere all’esterno del frutto o della pianta, ma vi penetrano, cambiandone a volte profondamente le proprietà nutrizionali.

I prodotti fitosanitari utilizzati in agricoltura convenzionale vanno poi spesso a contaminare le falde acquifere, laghi, mari e fiumi, quindi anche l’acqua che beviamo. Un recente studio pubblicato sulla rivista scientifica Science of the Total Environment condotto in Europa ha infatti constatato che i fiumi e i canali del nostro continente sono contaminati da più di cento tipi di pesticidi, inclusi 24 che non sono autorizzati nell’Unione Europea. I più alti livelli di inquinamento sono stati riscontrati in un canale in Belgio che ne conteneva ben 70 tipi.

I ricercatori concludono affermando che “Gli agricoltori non vogliono inquinare i fiumi, e le compagnie idriche non vogliono dover rimuovere tutto quell’inquinamento di nuovo a valle, quindi dobbiamo lavorare per ridurre la dipendenza dai pesticidi e dai farmaci veterinari attraverso un’agricoltura più sostenibile.”

 

2. Il biologico preserva la biodiversità

L’agricoltura convenzionale, industriale, intensiva ha negli ultimi decenni impoverito in modo irreparabile la biodiversità del nostro ecosistema. Le monocolture, l’uso di mezzi pesanti, di prodotti chimici di sintesi hanno diminuito le specie di animali, piante e microrganismi presenti nel nostro pianeta, tanto che la FAO con un rapporto pubblicato a inizio 2019 ha lanciato un allarme: il 24% di circa 4000 specie di cibo selvatico sta scomparendo in 91 Paesi; si tratta di una vera e propria emergenza che mette a rischio il futuro della nostra stessa esistenza. Ma quale può essere la soluzione a una tale catastrofe?

Da un’analisi condotta dalla Oxford University che ha preso in esame dati raccolti per ben trent’anni e comparato la biodiversità nei campi coltivati con agricoltura biologica e non, risulta che nei primi c’era una ricchezza di specie superiore del 30%, percentuale che arriva al 50% se si considerano solo gli insetti impollinatori come le api.

 

“Il nostro studio ha dimostrato che l’agricoltura biologica, in alternativa all’agricoltura convenzionale, può produrre vantaggi significativi a lungo termine per la biodiversità. I metodi biologici potrebbero andare in qualche modo a fermare la continua perdita di diversità nei paesi industrializzati”. Sean Tuck del Dipartimento di Scienze delle piante dell’Università di Oxford.

 

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3. il cibo biologico più buono: i sapori di una volta

 “Non ci sono più i pomodori di una volta” : spesso ci lamentiamo del sapore insipido di molta frutta e verdura che acquistiamo al supermercato. Questo è senz’altro un risultato di un tipo di coltivazione industriale che predilige le grandi quantità e lo sfruttamento indiscriminato del terreno. I cibi biologici, coltivati in modo più sostenibile su terreni concimati con metodi naturali e sottoposti a rotazione delle colture, a volte non sono esteticamente “perfetti”, ma sono sicuramente più saporiti e nutrienti.

 Questo discorso potrebbe non essere valido per la frutta e verdura bio acquistate nei supermercati, perché spesso a causa delle esigenze della grande distribuzione, per la raccolta non è possibile attendere la completa maturazione del prodotto.
4. Il bio è più salutare

 Come già accennato prima, è ormai provato che gli alimenti bio siano più nutrienti e ricchi di antiossidanti, vitamine e minerali rispetto ai cibi non bio. L’assenza di pesticidi, erbicidi e altre sostanze tossiche, anche se in piccole quantità, costituisce sicuramente un elemento fondamentale per salvaguardare la nostra salute. Come spiegato sul sito dell’Istituto Superiore di Sanità, non è semplice disquisire sulla sicurezza dei fitofarmaci: “vista la grande varietà di classi chimiche e di microorganismi utilizzati, non è possibile generalizzare parlando dei possibili effetti sulla salute dovuti ai pesticidi, perché sono diversi a seconda del tipo di prodotto utilizzato. Nell’uomo, l’esposizione a livelli tossici di alcuni insetticidi può causare effetti al sistema nervoso centrale, l’impiego di altri determinare effetti sul fegato, altri ancora sulla fertilità.”

E’ chiaro dunque che gli effetti sulla salute ci possono essere e che la scienza dovrà lavorare ancora molto prima di conoscerli tutti: alcuni pesticidi, possono addirittura agire da interferenti endocrini causando squilibri ormonali negli individui, in particolare nei bambini. Qui un articolo che abbiamo pubblicato sull’argomento.

Il cibo biologico è dunque un investimento sul futuro e la salute dei nostri figli, e anche a parità di proprietà nutrizionali, è sempre preferibile assumere un alimento più pulito e salubre.

Gli effetti benefici di una dieta basata su cibi biologici sono stati dimostrati anche da uno studio peer-reviewed portato avanti dall’Università della California e dall’Università di Berkley, che hanno constatato come in soli sei giorni di alimentazione bio i pesticidi presenti nelle urine (circa 13) siano diminuiti drasticamente.

 

5. Gli alimenti bio sono più freschi

Una delle caratteristiche dei prodotti biologici è la scadenza, durano infatti di meno sullo scaffale. Se siete soliti acquistare frutta e verdura bio lo avrete sicuramente constatato: le patate, lo zenzero, l’aglio e così via, germogliano molto prima e quindi vanno consumati più in fretta rispetto ai corrispondenti non bio. Questo potrebbe sembrare uno svantaggio, ma in realtà è solo segnale di un cibo fresco e nutriente, come dovrebbe essere in natura.

carote

Perché il biologico costa di più?

Uno degli svantaggi dei prodotti biologici, è che spesso sono più cari dei prodotti convenzionali, anche se la differenza di prezzo è in costante diminuzione negli ultimi anni grazie a una domanda sempre più forte.

Le motivazioni sono molte, le aziende biologiche infatti per poterci offrire un prodotto sano e sicuro devono sostenere moltissimi costi. In questo mondo a rovescio, non è l’agricoltura convenzionale con i suoi sistemi distruttivi e inquinanti a sobbarcarsi la tutela dell’ambiente, ma il settore del bio, costretto ad affrontare spese ingenti per certificazioni, burocrazia, controlli, campi che hanno una resa minore (anche se di poco come abbiamo visto sopra), maggior necessità di lavoro per evitare la chimica di sintesi e metodi di coltivazione industriali.

La domanda che invece dovremmo tutti porci è: come può un cibo non biologico costare così poco?

Gli alimenti che troviamo nelle grandi catene della GDO (grande distribuzione organizzata)  sono invece a buon mercato, perché prodotti in modo industriale, spesso acquistati dai fornitori a prezzi bassissimi, mettendo in difficoltà  i piccoli produttori che a volte non riescono a coprire i costi di produzione. Una inchiesta che ha fatto scalpore nel 2018 sulle aste a doppio ribasso organizzate da famosi discount e la protesta dei pastori sardi, che hanno preferito gettare il latte piuttosto che venderlo ad un prezzo troppo basso, per fare solo due esempi la dicono lunga sull’eticità e le strategie commerciali portate avanti da alcuni soggetti operanti nel settore alimentare del nostro Paese.

Nella valutazione del prezzo degli alimenti biologici non dovremmo inoltre tenere in considerazione, nel lungo periodo, il risparmio sui costi di prevenzione e cura di eventuali problemi di salute causati invece da alimentazione poco attenta? Che prezzo diamo davvero al nostro benessere?

 

Comprare bio è abbastanza?

Acquistare cibo biologico è sicuramente una scelta di consumo responsabile che denota una grande sensibilità. Essendo però il bio divenuto molto popolare, anche le grandi multinazionali che finora si erano dimostrate molto poco interessate al nostro benessere e alla salvaguardia dell’ambiente, sembrano ora divenute molto attente ai temi ambientali, offrendo una gamma di prodotti bio sempre più ampia.

Questo è sicuramente un dato importante e positivo, che dimostra ancora una volta il potere di noi consumatori nel guidare le scelte delle aziende. E’ però secondo noi fondamentale, nel momento in cui si mette mano al portafoglio, non limitarsi a scegliere alimenti con la “foglia verde” ma fare, ove possibile, anche una valutazione etica, privilegiando piccoli produttori, possibilmente italiani (ce ne sono tanti!) che lavorano con passione , fatica, rispetto per la natura e l’essere umano.

 

Fonte: qui

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Inquinamento: ormai mangiamo, beviamo e respiriamo veleni. È lo sviluppo, bellezza

verdure

L’uomo sviluppato vive circondato, ma non solo circondato, che dico, riempito di veleni. L’avvelenamento è un iperoggetto, per dirla alla Timothy Morton, un qualcosa di tremendamente grande al cui interno viviamo, e che è troppo grande e troppo pervasivo per accorgercene.

Il grido lanciato nei giorni scorsi su queste pagine da Patrizia Gentilini riguardo alla criminale decisione del governo toscano di consentire l’uso di 29 pesticidi, specie in zone di serre agricole, non è che l’ultimo assist fornito volontariamente all’inquinamento.

Oramai è abituale d’inverno vedere sui banchi del mercato i pomodori, i peperoni, le zucchine, le fragole. Una vista contronatura. E per avere verdura e frutta fuori stagione, il prezzo che si paga è altissimo in termini di fitofarmaci utilizzati nelle serre. Questo senza contare che, anche se il limite stabilito dalla legge per un singolo antiparassitario non viene superato, non sappiamo quanto male ci procurino tanti antiparassitari nella stessa insalata: “Diverse sostanze assunte insieme, seppur a piccole dosi e sotto i limiti stabiliti dalla legge, possono avere un effetto cancerogeno, perché gli agenti cancerogeni hanno la caratteristica peculiare di avere un effetto moltiplicativo.” (Legambiente, Pesticidi nel piatto, 2010).

“I pesticidi colpiscono generalmente gli organi molli: fegato, pancreas, stomaco, intestino e milza, ma possono colpire anche la pelle o creare problemi respiratori. Un singolo antiparassitario è sufficiente per scatenare diverse malattie e, siccome frutta e verdura ne contengono spesso diversi tipi insieme, possono sviluppare una pericolosa sinergia” (Giuseppe Messina, agronomo). Questo a tacere della frutta e della verdura che provengono dall’estero, specialmente Africa e Asia.

Ciò detto riguardo a quello che mangiamo, qual è lo stato dell’acqua? Nel maggio 2018 l’Ispra ha pubblicato il proprio rapporto sullo stato delle acque, rilevando (oltre alla presenza di ben 259 pesticidi nelle nostre acque) che “nel periodo 2003-2016, oltre al numero delle sostanze trovate aumentano anche i punti interessati dalla presenza di pesticidi che sono cresciuti di circa il 20% nelle acque superficiali e del 10% in quelle sotterranee”. La situazione più drammatica nella Pianura padana, ma forse solo perché qui vi sono più punti di rilevamento.

E veniamo a ciò che respiriamo. L’aria, certo, ma quale aria? Nei giorni scorsi ho letto con terrore le previsioni di Nimbus (il sito meteorologico gestito da Luca Mercalli) che preannunciavano per il Nord Ovest “torneranno a prevalere condizioni soleggiate e molto miti con temperature ben al di sopra della norma stagionale (tra fine febbraio e inizio marzo non sono da escludere le prima punte massime intorno ai 20 gradi o superiori)”. Il Cnr ci avverte che il 2018 è stato l’anno più caldo dal 1800 ad oggi per l’Italia. Con un’anomalia di ben +1.58°C sopra la media del periodo di riferimento (1971-2000), il 2018 ha superato il precedente recorddel 2015 (+1.44°C sopra la media).

Sono quelle temperature che l’uomo della strada definisce “piacevoli”. A Torino, in questo inverno che letteralmente non esiste, con temperature abnormi e siccità persistente (il cielo non riesce più a piangere), in ben 28 giorni dei 40 giorni dall’inizio dell’anno si è sforato il limite delle polveri sottili.

Impossibile dire quanta gente si stia ammalando di cancro con quello che mangia, beve, respira. Anch’io in questo momento posso essere della partita. Ma questo è lo sviluppo. Parafrasando Humphrey Bogart: “È lo sviluppo, bellezza! Lo sviluppo! E tu non ci puoi far niente! Niente!”.

Fonte qui


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Il prezzo occulto del cibo a basso costo

L’uomo allunga sul tavolo la busta paga. Sul modulo Inail sono indicate cinque giornate di lavoro per un compenso totale di 229 euro. “Questo mese è andata così”, dice sconsolato, “il resto me l’hanno dato in nero”. Su un altro foglio c’è una tabella: accanto alla data, un elenco di cifre moltiplicate per due o tre centesimi di euro. “Sono i mazzetti. Il padrone mi paga a seconda di quanti ne faccio”. Parla di ravanelli, la cui raccolta è regolata da un prezzario preciso: due centesimi per ogni mazzo da dieci, tre se sono quindici.

braccianti

Siamo nell’Agro Pontino, in provincia di Latina. Il nostro interlocutore – chiamiamolo Singh – è uno dei circa diecimila braccianti indiani che lavorano nei campi di quest’area resa fertilissima dalla bonifica di mussoliniana memoria. Oggi, la zona tra Sabaudia, Terracina, Fondi e Sezze è uno dei distretti agricoli più produttivi del centro Italia: distese di coltivazioni in serra e in campo aperto, che finiscono sulle tavole italiane e anche all’estero, soprattutto nell’Europa del nord. Molti degli ortaggi che troviamo in bella mostra nei supermercati – le zucchine, le melanzane, i pomodori, oltre che frutti prelibati come i kiwi e le angurie – provengono da qui. E li raccolgono i lavoratori stranieri, soprattutto indiani, ma anche romeni, marocchini e tunisini.

Gli immigrati sono ormai un elemento imprescindibile dell’Agro Pontino, così come di tutto il comparto agricolo italiano: secondo uno studio del Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria (Crea), dal 1989 a oggi il numero di cittadini italiani impiegati in agricoltura è diminuito di due terzi, mentre quello degli stranieri è aumentato di quindici volte.

I prodotti che raccolgono sui campi finiscono nei mercati rionali, nei piccoli fruttivendoli di quartiere e sempre di più nei punti vendita della grande distribuzione organizzata (gdo). Costano poco, a volte pochissimo. Un mazzetto di ravanelli non arriva a un euro. Lo stesso vale per le zucchine o per l’anguria, pagata pochi centesimi al chilo.

Ma quello che paghiamo quando compriamo un prodotto non tiene conto di una serie di costi nascosti: perché gran parte del comparto si regge su lavoro grigio non denunciato e su sussidi di disoccupazione illeciti pagati dallo stato, cioè da tutti noi; e perché i braccianti stranieri che lavorano in Italia spesso figurano solo parzialmente negli elenchi dei lavoratori Inps, sostituiti da finti braccianti italiani che non hanno mai messo le mani nella terra eppure beneficiano di sussidi, assegni familiari e pensioni agricole.

Un vero e proprio sistema
Torniamo a Singh. A fine giornata i mazzetti di ravanelli sono contati e lui è pagato in base alla quantità raccolta. Eppure, sulla sua busta paga mensile non compariranno i mazzetti. Figurerà invece un numero di giornate lavorate. Singh è regolarmente assunto e non compare in nessuna statistica di lavoratori irregolari in agricoltura. Se un ispettore del lavoro irrompesse nell’azienda dove lavora non avrebbe nulla da ridire: ha un contratto, ha fatto la visita medica e indossa anche gli indumenti necessari per la raccolta.

Ma alla fine del mese percepisce molto meno di quello che gli spetterebbe di diritto: “Funziona così, non c’è molto da discutere”, dice.

Quello di Singh non è un caso isolato. Potremmo anzi dire che è la prassi nel settore agricolo. Mentre il lavoro nero – cioè il numero di braccianti che non hanno un contratto di assunzione – diminuisce sempre più, anche come risultato della legge 199 del 2016 (meglio nota come legge anticaporalato) che prevede pene severissime per lo sfruttamento lavorativo, il “lavoro grigio” si diffonde e diventa un vero e proprio sistema, mettendo al riparo il datore di lavoro e, se c’è, il caporale.

Per alcune colture – come il ravanello, l’anguria, il pomodoro da industria – vige il pagamento informale a cottimo: i lavoratori sono pagati a cassone, mazzetto, quintale, ma il loro salario è conteggiato a giornata. Per altre colture, effettivamente pagate a giornata, vige invece una sorta di “salario di piazza”, cioè una paga inferiore a quella prevista dal contratto, ma che è informalmente accettata dalle parti.

Il trucco
Come fanno i datori di lavoro a segnare meno giornate di quelle lavorate e sfuggire ai controlli? Il trucco è che in agricoltura le giornate non sono dichiarate all’Inps contestualmente a quando sono lavorate, ma a posteriori, con il modulo della dichiarazione di manodopera agricola, Dmag, compilato trimestralmente (da gennaio 2019 dovrà essere fatto mensilmente, ma sempre a posteriori).

In pratica, il lavoro che tu fai oggi, è dichiarato dopo tre mesi. Quindi, se in quel frangente di tempo arriva un controllo dell’ispettorato, l’imprenditore potrà mostrare il contratto di lavoro – che comunque segnala solo indicativamente quante sono le giornate di lavoro previste – e dimostrare che è tutto in regola. In teoria. In pratica l’imprenditore segna il numero di giornate che ritiene opportuno, in base al salario informale imposto o concordato con i braccianti. Oppure, nel caso del cottimo, in base alla quantità effettivamente raccolta.

Nelle grandi aziende agricole, gli uffici amministrativi fanno uso di varie tabelle di conversione che trasformano le ore lavorate o i cassoni/mazzetti/casse raccolti in giornate secondo il contratto provinciale. Sono queste le tabelle mostrate da Singh. A lui non sono tanto chiare quelle operazioni: l’unica cosa che sa è che ogni mazzo è pagato due o tre centesimi, e che a fine giornata se è stato veloce è riuscito a guadagnare una trentina di euro. Alla somma guadagnata per questo lavoro a cottimo, il bracciante aggiunge poi la disoccupazione agricola, corrisposta in un’unica soluzione l’anno successivo.

La disoccupazione, infatti, è il grimaldello che rende il meccanismo accettabile per tutti. Perché parte di quello che l’operaio agricolo non percepisce dal datore di lavoro lo ottiene l’anno dopo dallo stato. “Si tratta di un sistema diventato prassi comune, approvato dagli stessi lavoratori. Nessuno vuole essere assunto a tempo indeterminato, perché perderebbe l’accesso alla disoccupazione, che è un’importante integrazione del reddito”, confida un imprenditore della zona, che preferisce rimanere anonimo.

Poiché la disoccupazione agricola è erogata in base al numero di giornate lavorate ed è tanto più vantaggiosa quanto più ci si avvicina alle 180 giornate – superate le quali comincia invece a diminuire – tutti accettano e a volte richiedono esplicitamente di vedersi registrate un numero di giornate inferiore a quel numero. L’importo della somma è variabile, ma può raggiungere anche i quattromila euro all’anno.

“È un segreto di Pulcinella. Lo stato integra il salario del lavoratore e permette al datore di lavoro di risparmiare. Tutti sono contenti”, continua l’imprenditore.

La politica dei bassi prezzi non dà benefici a nessuno degli attori della filiera

Così a fine anno, il salario complessivo del bracciante è il risultato della somma di tre voci: quella delle giornate segnate in busta paga, la quota data in nero dal datore di lavoro e la disoccupazione agricola.

Basta analizzare le tabelle provinciali Inps sul numero di persone impiegate in agricoltura per trovare la plastica conferma che si tratta di un meccanismo diffuso: nella provincia di Latina gli operai agricoli assunti a tempo determinato nel 2017 erano 19.330, mentre quelli con contratti a tempo indeterminato erano 3.478.

Tra i primi, la quasi totalità ha un numero di giornate registrate inferiore a 180. Una circostanza apparentemente sorprendente in un territorio dove quella agricola non è un’attività stagionale, ma è svolta tutto l’anno, con una pausa di massimo un mese nel periodo estivo più caldo.

L’imprenditore che preferisce non rivelare il proprio nome ammette che il sistema è disfunzionale. Ma aggiunge: “Io sarei ben felice di pagare i salari previsti dai contratti provinciali, ma se lo facessi chiuderei il giorno dopo, perché non riuscirei a starci dentro con i costi. I contratti non tengono conto di quanto pagano il prodotto gli acquirenti, in particolare la grande distribuzione organizzata”.

Le responsabilità della grande distribuzione
Le insegne dei supermercati, diventate negli ultimi anni il principale canale di vendita, tendono a pagare sempre meno i prodotti agricoli, generando disfunzioni lungo tutta la filiera. “La discussione sul lavoro in agricoltura e sui bassi salari non è mai inserita in un’ottica più ampia che analizza le cause di questi deplorevoli fenomeni. Si parla tanto di caporalato, di sfruttamento ma raramente si analizza la scarsa valorizzazione del prodotto ortofrutticolo che penalizza la parte agricola”, sottolinea Gennaro Velardo, presidente di Italia Ortofrutta, unione di produttori agricoli molto impegnata nella valorizzazione delle produzioni.

“La politica dei bassi prezzi non dà benefici a nessuno degli attori della filiera. Anzi, sta erodendo il valore dell’ortofrutta agli occhi del consumatore. I produttori che gestiscono una merce altamente deperibile sostenendone tutti i costi certi della produzione sono la parte debole della filiera, hanno difficoltà a fare reddito e a coprire i costi di produzione, dati di fatto questi che determinano una iniqua distribuzione del valore lungo la filiera”, aggiunge Velardo.

Gli operatori agricoli, schiacciati dalle imposizioni della grande distribuzione organizzata, tendono a rifarsi sugli anelli più deboli della filiera, in particolare sui braccianti. Risparmiano sul lavoro – e addossano parte dei costi di manodopera sullo stato, che non percepisce parte dei contributi e paga disoccupazioni non dovute. In una specie di gigantesca partita di giro, il cibo venduto ai consumatori ha un prezzo basso, ma è di fatto sovvenzionato da loro stessi attraverso sussidi non dovuti.

Nella piana del Sele
Questo sistema è talmente diffuso e strutturato che colpisce anche distretti agricoli a più alta redditività, come quello della piana del Sele, in provincia di Salerno. Con i suoi settemila ettari di serre sparsi tra Eboli, Battipaglia e Pontecagnano, questa zona è diventata il principale polo produttivo della “quarta gamma”, l’insalata in busta pronta al consumo e sempre più diffusa nei supermercati.

Il prodotto non è venduto a prezzi bassi: le busta di lattuga o di rucola da cento grammi costa almeno un euro, cioè l’equivalente di dieci euro al chilo. Grazie alla valorizzazione del prodotto, le realtà agricole della zona, hanno fatturati importanti. Alcune hanno creato impianti di lavaggio e imbustaggio dei prodotti raccolti. Altre li vendono a grandi gruppi del nord o all’estero.

Eppure, l’organizzazione del lavoro segue le stesse dinamiche dell’Agro Pontino. I lavoratori – anche qui prevalentemente indiani e marocchini – sono assunti a tempo determinato e hanno buste paga in cui è registrato un numero di giornate inferiore a quelle lavorate. Il resto è pagato in parte al nero, in parte attraverso la disoccupazione agricola, che compensa anche in questo caso il mancato guadagno.

“Il lavoro grigio è diffuso nell’intero settore produttivo. Aziende di diverse dimensioni e tutti gli stranieri occupati nel settore ne sono interessati: la consuetudine del lavoro grigio è la caratteristica strutturale di ampia parte dell’agricoltura italiana”, sottolinea Gennaro Avallone, ricercatore all’università di Salerno e autore del libro Sfruttamento e resistenze: migrazioni e agricoltura in Europa, Italia, Piana del Sele. “Il lavoro grigio consente di aumentare i profitti, ma anche di tenere costantemente il bracciante in una situazione di ricatto, perché soggetto al rinnovo del contratto necessario per rinnovare anche il permesso di soggiorno”.

In una casupola vicino a Pontecagnano dove vive insieme a quattro suoi connazionali, un bracciante indiano mostra le sue buste paga. Sono identiche a quelle del connazionale che vive e lavora nell’Agro Pontino, salvo che qui non sono indicate le tabelle di conversione. Sventola quella di settembre: sono segnati 12 giorni. “Ma io ho lavorato tutto il mese!”.

Keetan, il nome è di fantasia, sottolinea che una parte gli viene data in contanti – cioè in nero – e che poi ogni anno ottiene la disoccupazione agricola. “Ma con questo reddito non raggiungo la cifra necessaria per attivare il ricongiungimento familiare e far venire qui mia moglie e i miei figli”.

Gli imprenditori della zona interpellati in proposito ammettono tutti – anche se in forma rigorosamente anonima – l’esistenza del lavoro grigio. Alcuni minimizzano, altri sostengono che volentieri farebbero le assunzioni a tempo indeterminato, ma che nessuno dei lavoratori accetterebbe. “Bisognerebbe abolire la disoccupazione agricola per mettere ordine nel sistema!”, dice provocatoriamente uno di loro.

Cambiare il sistema
Alla sede centrale dell’Inps hanno ben chiare le dimensioni del fenomeno. “In vaste aree del paese, l’agricoltura è soggetta a un forte grado di opacità nell’erogazione dei sostegni pubblici”, dice il presidente Tito Boeri, mostrando una serie di tabelle e di documenti che già nel 2015 aveva portato all’attenzione delle commissioni riunite lavoro e agricoltura della camera dei deputati.

“Bisognerebbe cambiare il sistema di registrazione delle giornate e il modo in cui è conteggiata ed erogata la disoccupazione agricola, adeguandola a quella di altri comparti, per i quali vige la nuova assicurazione sociale per l’impiego (un sussidio di disoccupazione pagato su base mensile, ndr)”, continua Boeri.

Oggi la disoccupazione agricola è corrisposta in un’unica soluzione l’anno successivo a quello in cui si è lavorato ed è versata anche se in quel momento si sta lavorando. Si tratta quindi non tanto di un sussidio – giustamente previsto per compensare le stagioni in cui in cui in agricoltura non si lavora – ma di una vera e propria integrazione del reddito.

I finti braccianti
Al danno erariale causato dalle disoccupazioni non dovute e dalla mancata denuncia delle giornate lavorate si aggiunge poi la beffa dei finti braccianti, operai agricoli che non lavorano sulla terra ma percepiscono sussidi e assegni familiari. “I due temi si intrecciano. In alcune aree del paese c’è una coesistenza di lavoro svolto ma non dichiarato e di lavoro fittizio, mai svolto ma dichiarato per beneficiare di sussidi”, sostiene Boeri.

Nelle provincia di Foggia l’esistenza dei finti braccianti non è un segreto per nessuno. “Io vorrei assumere italiani, ma non li riesco a trovare. Eppure, nelle liste Inps ce ne sono migliaia”, si indigna Raffaele Ferrara, presidente dell’organizzazione dei produttori La Palma, che coltiva duecento ettari a pomodoro nella zona di Lesina. “Quello dei finti braccianti è uno scandalo che grida vendetta. Ma nessuno fa nulla”. Nei campi di pomodoro – e in quelli di asparagi, finocchi, carciofi – si vedono solo stranieri.

Eppure nella provincia di Foggia su 49.868 braccianti agricoli registrati nel 2017 il 58 per cento (29.143) è di nazionalità italiana, percentuale che raggiunge il 74 per cento se si considerano solo i braccianti che hanno avuto segnate più di 51 giornate, ossia il numero minimo per accedere agli ammortizzatori sociali. Dove sono tutti questi operai agricoli? “A casa a grattarsi la pancia”, scherza Ferrara.

Ma come funziona il sistema dei finti braccianti? In un contesto completamente deregolamentato – in cui gli stranieri spesso lavorano a cottimo e senza che gli siano registrate tutte le giornate di lavoro nei campi – c’è un vero e proprio scambio di giorni lavorati tra veri e falsi operai agricoli. Insomma le aziende non segnano le giornate ai braccianti stranieri che effettivamente lavorano nei campi, ma le attribuiscono a persone di nazionalità italiana che non hanno mai toccato la terra, e che in cambio danno i soldi alle aziende per pagare i loro contributi previdenziali, più altro denaro per il “favore”.

Senza mai lavorare queste persone ottengono la disoccupazione, gli assegni familiari e, raggiunta l’età, anche la pensione agricola. Non sono cifre da poco: solo negli ultimi tre anni, l’Inps ha scovato più di 90mila operai agricoli fittizi, per un danno all’erario di centinaia di milioni di euro.

Tra falsi braccianti che ottengono benefici di cui non avrebbero diritto, braccianti reali che sono pagati meno di quanto gli spetterebbe e che a loro volta integrano il reddito con sussidi che non dovrebbero avere, a perdere sono l’agricoltura e il sistema agricolo in Italia nel suo complesso. Perché un settore che vive di lavoro sfruttato e di sussidi indiretti sarà destinato ad avere sempre una posizione subalterna nei confronti degli altri attori della filiera, dalle industrie di trasformazione alla grande distribuzione organizzata, fino ad arrivare ai consumatori, cioè tutti noi, che compriamo cibo a basso costo senza sapere quello che c’è dietro il nostro apparente risparmio.

Fonte qui


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Mani In PASTA

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Anche quest’anno GasAPPunto visto il successo dell’anno scorso ripropone l’evento Mani in Pasta!!

Sei appassionato di cucina ma nessuno ti ha mai spiegato come fare?

Avresti sempre voluto imparare dalla nonna come si faceva la pasta ma non si è presentata mai l’occasione giusta?

Tranquillo ci siamo noi!!

Insieme impareremo i trucchi per fare una pasta ”come la faceva la nonna” rigorosamente impastata e tirata a mano!!

In più useremo solo materie prime dei nostri produttori certificati BIO!!

Per chi poi volesse continuare la serata in nostra compagnia ceneremo tutti insieme con dei piatti BIO fatti con amore da noi!

Affrettati i posti finiscono in fretta!!

 

Di seguito il link all’evento Facebook:

https://www.facebook.com/events/493886174427070/

 


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ARANCE DALLO ZIMBABWE IN VENDITA A CATANIA

“Sotto casa a Catania, all’interno di un punto vendita di una importante catena della GDO, ho trovato in vendita arance Valencia provenienti dallo Zimbabwe, al prezzo di 1,79 euro al chilo. C’è sicuramente da riflettere. Quel che è certo è che dobbiamo rafforzare la filiera siciliana per valorizzare meglio le nostre le produzioni”. A dichiararlo è Federica Argentati, presidente del Distretto Agrumi di Sicilia, che sul proprio profilo facebook ha segnalato la presenze degli agrumi africani in un punto vendita della città siciliana.

arance-zimbabwe

 

“Che lo Zimbabwe venga a vendere le arance a Catania fa sorridere – continua in una nota Argentati – ma rappresenta anche un monito e uno stimolo per tutta la filiera agrumicola siciliana e italiana. Un richiamo a fare rete e sistema perché nel mondo non siamo i soli a produrre agrumi e dobbiamo crescere, migliorare, organizzarci meglio. Purtroppo la GDO fa il suo mestiere e mette sullo scaffale i prodotti di cui riesce ad approvvigionarsi con facilità e a prezzi per lei convenienti. Difficile contrastare il mercato invocando dazi e barriere, anche se sicuramente è necessario trattare condizioni di reciprocità e controlli fitosanitari stringenti sui prodotti che entrano in Italia. Quello che deve fare la filiera agrumicola siciliana, che sicuramente produce agrumi di alta qualità e super controllati, è puntare ai consumatori”, sottolinea la presidente del Distretto Agrumi di Sicilia. “Le nostre arance, in primis quelle rosse, sono uniche: dobbiamo dimostrarlo e comunicarlo in Italia e all’estero. Per questo – aggiunge – non ci stanchiamo mai di ripetere, serve un Piano di settore nazionale che punti alla valorizzazione della nostra agrumicoltura, con le misure che da tempo indichiamo, dalla fase di produzione a quella di trasformazione: monitoraggio delle produzioni, supporto alla riconversione degli agrumeti colpiti dal Tristeza Virus, controlli fitosanitari sui prodotti di importazione, capacità di aggregazione, valorizzazione commerciale, campagne di comunicazione e di educazione alimentare, indicazione di provenienza sulle etichette dei prodotti trasformati, diffusione del consumo dei prodotti freschi e trasformati dal fresco nelle scuole e negli ospedali. E in merito all’export anche di lunga distanza, Alibaba ci ha chiesto quantitativi di arance per il mercato cinese, ma ancora siamo in attesa di conferme rispetto alla possibilità di inviarle anche via aerea. Arance, limoni e mandarini siciliani sono il top della qualità, come dimostrano i marchi di garanzia Dop e Igp e le crescenti produzioni biologiche. Un patrimonio che dobbiamo riuscire a “vendere” sul mercato puntando sulla qualità”. Sulla notizia postata sul profilo facebook di Federica Argentati non sono mancati i commenti, compreso quello di Giuseppe Guagliardi del Maas di Catania che scrive: “ A me fa riflettere il prezzo… dallo Zimbawe a solo 1,79. Questo significa materia prima, packaging, trasporto in container, importatore, piattaforma gdo e punto vendita”.

Fonte qui